Contatti    Dove siamo  

Il Parto


IL PARTO NATURALE

L'INIZIO DEL TRAVAGLIO
I segnali che il travaglio è cominciato possono essere molti e diversi da gravidanza a gravidanza e avvertiti in modo differente da ogni donna; in linea di massima l'inizio del travaglio è riconoscibile dal sopraggiungere da uno di questi sintomi:

- La perdita del tappo mucoso:
il famoso tappo che chiude il collo dell'utero; fatto di sostanza gelatinosa e mucosa biancastra, spesso con striature rosate, può essere accompagnato anche da goccioline di sangue. La perdita del tappo mucoso non è necessariamente segno di travaglio imminente, a volte, se non ci sono altri sintomi come perdite, rottura del sacco o contrazioni ravvicinate, possono passare anche dei giorni prima dell'inizio del travaglio.

- Le contrazioni uterine:
Capita spesso qualche giorno prima del parto di avvertire ad esempio dei dolorini alla schiena, reni e al basso ventre, come i classici dolori mestruali o ancora avvertire delle contrazioni che però con l'andare dei minuti invece che aumentare e ravvicinarsi, diminuiscono fino a cessare. Le contrazioni, servono per preparare il collo dell'utero al passaggio del bambino, e hanno delle caratteristiche precise che differiscono nelle diverse fasi che precedono il parto. Inizialmente si presentano ogni venti minuti, poi ogni quarto d'ora, per poi passare a ogni dieci e infine a cinque minuti. Quando iniziano le contrazioni, si consiglia di misurare la frequenza e la durata usando un orologio con la lancetta dei secondi. La frequenza si controlla misurando l'intervallo tra una contrazione e la successiva, la durata si calcola da quando comincia a quando finisce ogni singola contrazione: di solito all'inizio è di circa 15-20 secondi.

- La rottura del sacco amniotico:
Il sacco amniotico contiene il bambino e il liquido amniotico. Quando vi è la rottura del sacco (rottura delle membrane) non si avverte alcun dolore infatti normalmente ci si accorge della rottura per la fuoriuscita notevole di liquido caldo, inodore e incolore. A volte però le perdite di liquido possono essere di entità minore ed essere confuse per perdite di urina quindi, sarà utile averne la certezza mettendo un assorbente e controllando l'evoluzione delle perdite.

IL TRAVAGLIO: PERIODO DILATANTE
Inizia quando il collo dell'utero comincia a dilatarsi, dopo essersi ammorbidito e assottigliato e le contrazioni si succedono ogni 5 minuti. Ad ogni contrazione si avverte un indurimento dell'utero che poi si rilascia nell'intervallo tra una contrazione e l'altra. Affinché il bambino possa nascere la dilatazione deve essere massima, raggiungere cioè all'incirca i dieci centimetri. In questa fase del travaglio in genere è fondamentale assumere la posizione che più si gradisce e che fa soffrire di meno: stare in piedi, camminare, sdraiarsi, sedersi. L'intensità del dolore cosi come la durata del periodo dilatante variano molto da donna a donna e in questa fase il rilassamento e la respirazione rappresentano dei preziosi alleati.

IL PERIODO ESPULSIVO:
Quando la dilatazione del collo dell'utero è al massimo alle contrazioni uterine si aggiunge la sensazione di premito. Inizia cosi il periodo espulsivo. Se le contrazioni e le spinte sono valide ed efficaci questa fase ha una durata media di un ora per le primipare e di mezz'ora per chi ha già partorito. Nel frattempo il piccolo si fa strada cercando istintivamente il modo migliore per sfruttare le spinte materne e il poco spazio a disposizione.
Le spinte:
- per spingere occorre contrarre i muscoli addominali con uno sforzo simile a quello richiesto dalla defecazione, ma diretto in avanti. Quando si sente arrivare la contrazione bisogna inspirare profondamente e trattenere il fiato;
- Ad ogni contrazione uterina devono corrispondere delle spinte attive;
- Ogni singola spinta deve essere protratta il più a lungo possibile e con continuità;
- Tra una spinta e l'altra occorre rilassarsi completamente , respirando a fondo per permettere una buona ossigenazione del feto.

LA NASCITA:
Verso la fine le contrazioni tendono a diminuire come frequenza ma sono comunque intense; ad ogni contrazione si sentono l'ano e la zona perineale distendersi; si vede la testa. L'ostetrica puo' decidere a questo punto di praticare una piccola incisione per allargare l'apertura vulvare allo scopo di rendere più agevole la fuoriuscita del bambino. L'incisione o episiotomia viene effettuata previa anestesia locale ed è effettuata solo nei casi in cui è richiesto un intervento che aiuti la testa del feto a fuoriuscire più velocemente. E' nato! Ora l'ostetrica recide il cordone e affida il bimbo alla cura del neonatologo presente in sala parto che effettuerà tutti i controlli del caso.
Il secondamento
Dopo la nascita del piccolo la mamma deve restare ancora qualche tempo in sala parto, seguita dall'ostetrica, per attendere il secondamento, cioè l'espulsione della placenta. Dopo il parto l'utero ricomincia a contrarsi e inizia a ridursi per ritornare alle sue dimensioni originarie: è grazie a questi movimenti muscolari che in un periodo che varia dai 15 ai 40 minuti la placenta si stacca dalle pareti uterine e viene espulsa. A questo punto la fatica del parto è conclusa.


IL PARTO CESAREO (O TAGLIO CESAREO)

È l'intervento operatorio che permette l'estrazione del feto attraverso un'apertura ottenuta chirurgicamente nelle pareti addominale e uterina.

L'idea di estrarre il feto dal corpo della madre morente o appena morta nel corso del travaglio risale a tempi antichissimi. Presso i Romani, la Lex Caesarea (da caedo = taglio) rendeva obbligatorio praticare quest'intervento su tutte le donne morte in travaglio di parto. L'operazione ha preso il nome appunto da questa legge. Praticare con successo il taglio cesareo su donne viventi era un'impresa disperata ancora nel secolo scorso. Il primo sostanziale progresso fu ottenuto quando, nel 1876 Edoardo Porro eseguì nella Clinica Ostetrica di Pavia il taglio cesareo con una tecnica nuova che, se da un lato richiedeva l'asportazione dell'utero e quindi toglieva alla donna la possibilità di nuove gravidanze, dall'altro portava un nettissimo abbassamento della mortalità, che scendeva al 20%. La tecnica del taglio cesareo secondo la quale è praticato anche oggi fu introdotta nel 1907 da Frank di Colonia: l'incisione dell'utero è effettuata con un taglio trasversale in corrispondenza del segmento inferiore.

La frequenza del taglio cesareo nei paesi industrializzati ha da anni un andamento in ascesa. In Italia il ricorso al taglio cesareo è in continuo aumento: è passato, infatti, dall'11% del 1980 al 38% del 2008. Questa percentuale supera di molto la soglia del 10-15% che, secondo la raccomandazione pubblicata nel 1985 dall'Organizzazione mondiale della sanità, garantisce il massimo beneficio complessivo per la madre e il feto.

L'Italia presenta a livello europeo la più alta percentuale di cesarei, seguita dal Portogallo con il 33%, mentre negli altri paesi si registrano valori inferiori al 30% che scendono al 15% in Olanda e al 14% in Slovenia.

Si rileva inoltre una spiccata variabilità su base interregionale, con valori tendenzialmente più bassi nell'Italia settentrionale e più alti nel meridione: si va dal 23% nella Provincia autonoma di Trento e in Friuli-Venezia Giulia al 62% in Campania. Il parto è un evento naturale, ma vi è sempre più la tendenza a trasformarlo in un intervento chirurgico. In molti casi, oggi, specie in Italia (vedi box di fianco), le donne partoriscono con il taglio cesareo senza un reale motivo di salute. Il ricorso al taglio cesareo può essere richiesto da indicazioni materne, fetali e degli annessi ovulari.


IL MONITORAGGIO ELETTRONICO FETALE IN TRAVAGLIO DI PARTO

La cardiotocografia (monitoraggio o tracciato) è un metodo che tramite l'uso di ultrasuoni dà la possibilità di registrare la frequenza cardiaca del bambino in utero in relazione alle contrazioni uterine. Il segnale cardiaco viene inviato ad un altoparlante per il controllo ascoltatorio diretto e contemporaneamente viene tradotto numericamente su un quadrante e su carta (tracciato); sul medesimo tracciato viene registrato il segnale dell'attività uterina ovvero delle contrazioni dell'utero.
La tecnica consiste nell'appoggiare due sonde sull'addome materno fissate appositamente a due cinture: la prima sonda viene definita tocodinamometro e viene posizionata in corrispondenza del fondo uterino in modo da percepirne il tono (di contrazione e pausa); la seconda invece viene posizionata solitamente in corrispondenza del dorso del bambino in modo che il fascio di ultrasuoni da essa emessi riesca a percepire il battito cardiaco del bambino. Grazie al monitoraggio è possibile controllare la variabilità del battito cardiaco del piccolo e verificare se le pulsazioni sono nella norma, in questo modo possono essere evidenziate anche situazioni in cui la salute del piccolo è a rischio. La frequenza considerata normale delle pulsazioni oscilla in media tra 120 e 160 battiti al minuto ma può variare a seconda delle diverse esigenze dell'organismo del feto; le pulsazioni rimangono costanti quando il bambino dorme, in questo caso per valutare esattamente la frequenza delle pulsazioni l'esame potrà essere prolungato e durare anche 40-60 minuti perché si deve attendere che il bambino si svegli. La registrazione in genere dura 20-30 minuti; il risultato delle linee tracciate su supporto cartaceo che ne deriva permette di visualizzare e mettere in relazione i due segnali provenienti dal cuore fetale e dal muscolo uterino. Oltre che in prossimità della data prevista per il parto (DPP) ci si avvale di questo esame nelle ultime settimane di gravidanza in presenza di un problema di salute della futura mamma o del piccolo. In questo caso il monitoraggio è utile se c'è il sospetto di un accrescimento fetale ritardato oppure se la mamma soffre di particolari disturbi che potrebbero nuocere al bambino. Un altro caso in cui il ginecologo può decide di sottoporre la futura mamma ad una serie di monitoraggi si ha quando la gravidanza si protrae oltre la 40° settimana di gestazione: in una circostanza del genere la cardiotocografia è finalizzata ad accertare che la placenta funzioni ancora correttamente e che il bambino continui a crescere bene. In questo caso può essere necessario che la mamma si rechi in ospedale a giorni alterni per tenere la situazione sotto controllo.